Il falò di San Corrado e i fuochi rituali
venerdì 23 febbraio 2018

Il falò di San Corrado e i fuochi rituali

Tutto l’arco dell’anno è percorso dall’accensione dei fuochi rituali che generalmente sono dedicati al Santo Patrono locale. A Molfetta si rinnova ogni anno la tradizione dei falò di San Corrado di Baviera, patrono di Molfetta e della Diocesi

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Molfetta – Falò di San Corrado, 9 febbraio 2014

L’origine del falò che si accende a Molfetta il 9 febbraio, giorno della ricorrenza del Santo patrono, si perde nella leggenda secondo la quale i molfettesi, trafugato il corpo di San Corrado dall’eremo di Modugno per depositarlo presso il Duomo, cioè l’antica Cattedrale di Molfetta, giunti troppo tardi, trovate le porte chiuse e, dovendo forzatamente attendere all’aperto sino alla mattina successiva, accesero un grande falò per riscaldarsi dal gelo notturno. La tradizione vuole che sulle ceneri di quel falò arrostissero legumi, fave, ceci e semi di zucca offerti dai marinai di alcuni velieri che trafficavano con l’oriente e che si trovavano nel porto di Molfetta.

Della iniziativa popolare, tesa alla riproduzione dell’evento con l’accensione ogni anno di uno o più falò commemorativi dell’originario falò, acceso nella notte dell’attesa della riapertura del Duomo, per la deposizione del Santo, si ha notizia sin dal 1530, epoca in cui con la collaborazione dell’Università di Molfetta (l’Amministrazione comunale di quei tempi), veniva acquistata la legna che era poi distribuita ai “capistrada”, i quali provvedevano ad accendere i “fuochi” nelle vie di loro competenza. Da oltre un ventennio la tradizione è stata rivitalizzata.

Il sospetto che l’accensione dei falò, sia un’usanza che trae origini ancora più remote, ogni anno si riaffaccia. Innanzitutto, accendere falò è una usanza di tutti i popoli della terra, cambiano solamente i tempi e le motivazioni. In Italia chi li accende alla Befana o il 19 marzo, chi a San Giovanni o il 15 agosto. Qualsivoglia sia l’origine, religiosa o pagana, accendere il falò è comunque simbolo di festa. Per secoli è stato uno spettacolo affascinante assistere al tramonto, al nascere di mille fuochi sparsi tra le strade di Molfetta.

Oltre la tradizione, il Santo Patrono, la religiosità popolare, c’è quindi di più in quei fuochi…

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Mosaico del III secolo nella Necropoli vaticana sotto la basilica di San Pietro, nella volta nel Mausoleo dei Giulii: è stata avanzata l’ipotesi che sia una raffigurazione di Cristo nelle vesti del dio-sole Helios/Sol Invictus alla guida del carro.

Un tempo il rito dei falò era manifestamente sacrificale e come la maggior parte delle cerimonie religiose, ha conosciuto tre fasi di evoluzione. Per esempio, i fuochi rituali accesi nella notte tra il 24 e il 25 di dicembre sono un residuo del culto della divinità pagana del Sol Invictus. Nel mondo cristiano, la data del 25 dicembre sarà assunta come il Natale di Cristo.
Un tempo questi rituali del fuoco partivano dalla notte di Natale per terminare il 19 marzo: da un solstizio a un equinozio, insomma. Tra i fuochi pubblici, il falò di San Giuseppe, è riconducibile a una festa pagana del cambiamento delle stagioni. Si pensi che prima della riforma del calendario romano, i mesi erano dieci e l’anno cominciava con il mese di marzo e ce lo ricordano i mesi di settembre ottobre novembre e dicembre, che non sono il settimo, l’ottavo, il nono e il decimo mese dell’anno, bensì il nono, il decimo, l’undicesimo e il dodicesimo.

A questi fuochi all’aperto la religiosità popolare assegnava virtù purificatrice e rigeneratrice. Nello stesso periodo, presso i romani antichi, si accendevano i fuochi per festeggiare l’equinozio di primavera, allo scopo di bruciare quanto di cattivo apparteneva al vecchio anno. Comunque tutti i falò hanno conservato i tratti delle cerimonie rituali arcaiche, che erano celebrate sia per propiziare il ritorno del sole, sia per purificare i campi dalla presenza di potenze negative.

Rivela carattere eccezionale il rito del ceppo di Natale, un’antica usanza che nel primo medioevo viene interpretata in senso cristiano. Il Ceppo, acceso il 26 dicembre, doveva durare fino all’Epifania, cioè per 12 giorni, quanti sono i mesi dell’anno, il tempo che impiega la terra per compiere il suo giro attorno al sole. Acceso nel focolare il fuoco offre agli uomini gli stessi doni del sole, la luce e il calore.

E’ da sottolineare la somiglianza tra tutte le cerimonie legate al rito dei fuochi, ovunque esse si celebrassero e in qualunque data esse cadessero. Appena il sole calava si accendevano i fuochi nei piazzali e davanti alle masserie di campagna, e il suo calore riaccendeva nei cuori il desiderio di stare insieme. All’alba, quando il fuoco del falò andava spegnendosi, la brace, i tizzoni, e la cenere non venivano gettati via, perché si credeva che avessero potere propiziatorio e apotropaico: la cenere si spargeva sul tetto perché tenesse lontano i tuoni e i lampi, le malattie e gli incantesimi; i tizzoni, divisi fra le famiglie povere, servivano per alimentare il fuoco nel camino; la brace, una paletta ciascuno, era divisa tra quanti avevano un familiare a letto ammalato. Il Santo, a cui era dedicato il falò, nel corso dei secoli ha finito con l’ereditare le funzioni di varie divinità pagane preposte alla fecondità della terra.

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