13 febbraio 1503, la leggenda di Fieramosca sta per iniziare

13 febbraio 1503, la leggenda di Fieramosca sta per iniziare

Ettore Fieramosca, un eroe popolare, celebre protagonista della “Disfida di Barletta”, mitizzato e idealizzato in moltissime opere negli ultimi secoli. La storia, il mito, la leggenda dell’eroe della famosa Disfida

Scena del film “Ettore Fieramosca” del 1938. Il film è tratto dal romanzo omonimo di Massimo d’Azeglio e si può considerare un’opera di transizione verso i successivi film in costume di pura evasione. Il regista ripropone in forme spettacolari i temi ideologici nazionalisti e gli antichi sogni di gloria, quali i miti irraggiungibili del modesto e vessato cittadino medio.

Ettore Fieramosca l’eroe della Disfida di Barletta, ovvero il torneo cavalleresco del 1503 che riaffermò, per la prima volta una certa identità nazionale nel terribile periodo delle guerre franco-spagnole nella penisola italiana. Idolatrato insieme ai suoi compagni, dalla cultura romantica dell’Ottocento, che ha voluto presentare le gesta di questi cavalieri della Disfida, come il preludio della lotta risorgimentale per l’indipendenza.
Occorre però fare una distinzione tra il mito e la storia seguendo sempre, sin dove è possibile, i dati ufficiali raccolti dagli storici in oltre due secoli di ricerche archivistiche, senza però poi dopo, rinunciare alla fascinazione del mito dei cavalieri che riscattarono l’orgoglio di essere italiani, enfatizzato dal marchese Massimo D’Azeglio celebre per la frase: «Pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani».

Massimo Taparelli marchese d’Azeglio (Torino, 24 ottobre 1798 – Torino, 15 gennaio 1866) politico, patriota, pittore e scrittore italiano, genero di Alessandro Manzoni, utilizzò gli avvenimenti bellici in terra pugliese, per esaltare le virtù militari degli Italiani, contribuendo culturalmente alla creazione dello stato unitario nel 1861. Tra le sue opere più famose si può sicuramente citare “Ettore Fieramosca, o la disfida di Barletta: racconto” (1833). Nel romanzo si sviluppa la storia d’amore del Fieramosca e di Ginevra, contesa dal duca Valentino. Il romanzo fu accolto con molto entusiasmo dai patrioti italiani che in esso videro un incitamento alle lotte per l’indipendenza.

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Barletta – Concattedrale di Santa Maria Maggiore, XI sec. Ferdinando I d’Aragona detto Ferrante, incoronato il 4 febbraio 1459 in questa cattedrale.

Fieramósca Ettore era un nobile capuano, di famiglia tradizionalmente fedele agli Aragonesi. Nacque a Capua nel 1476 da Rainaldo, barone di Rocca d’Evandro, e da una nobildonna non meglio identificata, e che secondo alcuni studiosi era appartenente alla casa dei Gaetani d’Aragona. Ricevuta un’educazione umanistica, Fieramosca fu presto avviato alla carriera militare introdotto come paggio alla corte di Ferrante d’Aragona. Dopo un lungo apprendistato nel 1493, ancora giovanissimo, aveva già il comando di una compagnia di balestrieri a cavallo, incarico che mantenne anche dopo la morte dell’anziano sovrano nel gennaio 1494.  Combatté generosamente per Ferdinando II, contro le truppe di Carlo VIII re di Francia per circa tre anni. Fu fedele alla dinastia spagnola anche dopo la sconfitta.

Ristabilito il trono di Ferdinando II, in seguito alla morte di quest’ultimo, Fieramosca passò al servizio del nuovo sovrano Federico I che seguì all’assedio di Gaeta nel novembre del 1496 insieme al padre. Nel 1497 egli venne inviato da Federico I nelle Marche per sedare una ribellione contadina dove si distinse nella difesa del castello di Offida.

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La storica osteria, detta casa di Veleno, è l’edificio oggi noto come la “Cantina della Sfida”. Fu qui che, secondo la tradizione, venne allestito un banchetto, secondo i costumi cavallereschi, in onore dei francesi che erano rimasti sconfitti durante uno scontro con gli spagnoli.

Nel 1501, il ritorno dei Francesi in Italia lo costrinse presto a rientrare nella sua città natale per dare manforte a Fabrizio Colonna nella difesa di Capua dall’assedio dell’esercito francese che, d’accordo con quello spagnolo in virtù di un accordo diplomatico segreto tra Luigi XII e Ferdinando d’Aragona, si spartiva il regno aragonese ai danni di Federico I di Napoli. Quest’ultimo sconfitto e oramai consapevole dell’inutilità di ogni ulteriore resistenza, trattò la sua resa rinunciando al trono, in cambio del Ducato di Angiò francese. Fu accompagnato oltralpe da pochi nobili restatigli fedeli e scortato da un drappello di cavalieri comandati dal Fieramosca. Re Federico fu costretto a spartire il proprio regno con il vittorioso Luigi XII, lasciando buona parte di Puglia e Campania nelle mani dell’odiato rivale: fu un’umiliazione bruciante per il giovane Fieramosca, che decise di accompagnare in esilio il sovrano sconfitto, rinunciando del tutto ai propri diritti su Rocca d’Evandro.

Il 13 febbraio del 1503 i tredici cavalieri italiani capeggiati da Ettore Fieramosca, giurarono nella cappella di San Riccardo della Cattedrale di Andria: “Vittoria o Morte”, prima della famosa Disfida di Barletta. Foto: Presbiterio del Duomo di Andria

Dopo questi eventi, considerato un traditore dai suoi concittadini, il Fieramosca, privato nel 1502 delle sue rendite nobiliari, tornò in Italia.  La fame di avventure e il desiderio di vendetta ebbero la meglio e il nobile capuano si aggregò alle bande di Prospero Colonna, al seguito di Consalvo da Cordova (considerato uno dei maggiori capitani del Rinascimento) inviato dalla Spagna per strappare definitivamente ai Francesi la corona di Napoli. L’obiettivo era quello di occupare la Puglia, prima con l’espugnazione di Taranto e successivamente con l’occupazione di Andria, Canosa, Manfredonia e Barletta. Aiutato dalle bande irregolari di Prospero Colonna, il Gran Capitano riuscì a conquistare rapidamente il porto di Taranto, ma l’accanita resistenza del duca di Nemours lo costrinse ad accettare una logorante guerra di posizione nella zona tra Andria, Trani e Barletta, dove stabilì il suo quartier generale agli inizi del 1503. Acquartieratosi nella città di Barletta, il Fieramosca partecipò a spedizioni e a modeste imboscate condotte dagli spagnoli.

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Edicola eretta sul luogo della Disfida, recante l’epitaffio dell’avvenimento.

Nel 1503 combatteva ancora sotto le bandiere di Gonzalo di Córdoba, contro i Francesi che battuti a Trani dai loro colleghi iberici si erano spinti fino a Canosa di Puglia, dove vennero impegnati in una breve scaramuccia dagli spagnoli. Alla fine dello scontro, le truppe di Diego de Mendoza catturarono e tradussero a Barletta vari soldati francesi, fra cui il nobile Charles de Torgues, soprannominato Monsieur Guy de la Motte. Il fatto di essere stato preso prigioniero dagli Italiani fece letteralmente infuriare l’arrogante Charles de Motte, che all’accampamento spagnolo denigrò i suoi vincitori con parole assai offensive. I Francesi svilupparono un profondo disprezzo per le truppe italiane di Consalvo, viste generalmente come un branco di vigliacchi e di traditori: solo gli Spagnoli erano considerati degni avversari della nobiltà transalpina e per questo venivano spesso sfidati in giostre e tornei cavallereschi.

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Il monumento alla Disfida di Barletta nella piazza di fronte alla Cantina della Sfida

Il 15 gennaio 1503, i prigionieri furono invitati ad un banchetto indetto da Consalvo da Cordova in una cantina locale (oggi chiamata Cantina della Sfida). I cavalieri francesi prigionieri, tra i quali spicca la figura del fiero La Motte siedono con i maggiorenti spagnoli tra cui il capitano don Diego di Mendoza. Quest’ultimo provoca gli avversari comparando il loro valore a quello degli italiani suoi alleati. La Motte e i suoi uomini non accettano quella che a loro dire è un’offesa: essere paragonati ai “pavidi” italiani. Il La Motte accusò apertamente di codardia i cavalieri italiani al soldo del nemico. Lo spagnolo Íñigo López de Ayala difese invece con forza gli italiani, affermando che i soldati che ebbe sotto il suo comando potevano essere comparati ai francesi quanto a valore. Le parole riferite ad Ettore Fieramosca da Capua lo offesero. Si tratterà a quel punto solo di organizzare il combattimento e di scegliere i campioni di entrambi gli schieramenti. Si giunse così allo scontro (la disfida di Barletta).

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Ettore Fieramosca ritratto in un manifesto commemorativo del IV centenario della Disfida di Barletta

Il mattino del 13 febbraio 1503, i tredici cavalieri Italiani (Ettore Fieramosca, Guglielmo Albamonte da PalermoFrancesco Salomone da SuteraGiovanni Capoccio da RomaMario Corollario da NapoliGiovanni Brancaleone da GennazzanoLodavico D’Abenevola da CapuaEttore Giovenale da RomaBartolomeo Fanfulla da LodiRomanello da ForlìPietro Riczio da Parma, Mariano Abignente da SarnoMiale da Troia) si recarono nella Cattedrale di Andria per la messa e lì giurarono di vincere o morire.
La disfida di Barletta, avvenuta nel territorio neutro tra Andria e Barletta, termina con la strepitosa vittoria degli Italiani che tornarono a Barletta accolti trionfalmente dal Vicerè Consalvo da Cordova, dai principi Colonna, dal clero dei Domenicani e dal popolo.

Dopo la Disfida, Ettore Fieramosca partecipò alla battaglia di Cerignola che fu combattuta il 28 aprile 1503 tra l’esercito spagnolo, guidato da Gonzalo Fernández de Córdoba detto El Gran Capitán, e quello francese, guidato da Louis d’Armagnac, duca di Nemours e poi a quella di Gaeta, detta del Garigliano, combattuta sempre tra gli stessi eserciti, il 29 dicembre 1503.
Nel 1504, insignito del titolo di cortigiano del Re, Fieramosca si recò in Spagna a capo di una delegazione per reclamare alcuni privilegi per la città di Capua dinanzi al sovrano Ferdinando II di Aragona che non solo accordò le richieste ma conferì al nobile capitano il titolo di conte di Miglionico e signore di Aquara.
Finita la guerra franco-spagnola nel sud Italia, il Fieramosca fu privato da Consalvo da Cordova dei titoli appena concessigli poiché, nominato viceré del Regno di Napoli, quest’ultimo avviò un processo di normalizzazione e di restituzione dei possedimenti perduti ai vecchi feudatari in cambio della loro fedeltà. Fieramosca, perso il feudo di Miglionico e il castello di Roccadevandro, rifiutò l’indennità di 600 ducati annuali, opponendo resistenza e preferendo farsi imprigionare piuttosto che subire il sopruso.

Rimastagli solo la contea di Mignano, il Fieramosca cercò nel 1510, come ritorsione nei confronti degli spagnoli, di passare al servizio della Repubblica di Venezia. Nel 1512 passò al servizio di Fabrizio Colonna e partecipò alla battaglia di Ravenna dove fu gravemente ferito. Dopo la guarigione il Fieramosca raggiunse Ancona per mettersi al servizio del viceré di Napoli, Raimondo de Cardona.
È da questo momento in poi che del cavaliere capuano non si hanno più notizie. Giunto a Valladolid, sede della corte del re di Spagna, muore a causa di una malattia il 20 gennaio 1515 all’età di 39 anni.

Barletta – Monumento dedicato ad Ettore Fieramosca. L’opera in bronzo, per vent’anni collocata nei giardini pubblici della città, a pochi passi dal Castello Svevo, è stata posta in piazza F. Cervi, il 7 aprile del 2001, in quanto è questo il luogo in cui la popolazione di Barletta insieme al Clero festeggiò nel lontano 13 febbraio 1503 il ritorno dei 13 gloriosi condottieri italiani che tornavano vittoriosi dalla battaglia contro i 13 soldati francesi. La statua si innalza da un basamento in marmo giallo e raffigura Ettore Fieramosca mentre abbatte il generale della truppa francese La Motte. Questo monumento è una della tappe fondamentali, insieme al Tempietto della Sfida, per i turisti ed i curiosi affascinati dall’epica Disfida di Barletta.

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