La montagna sacra di Puglia e il Santuario nella roccia
domenica 17 dicembre 2017

La montagna sacra di Puglia e il Santuario nella roccia

Ancora oggi la misteriosa energia racchiusa nella roccia di questa grotta del Gargano, in Puglia, emana sensazioni inspiegabili di tale portata, da scuotere profondamente l’animo di ognuno che vi si rechi. Non fa differenza se si tratti di un fedele o un ateo. Questa grotta è effettivamente una ponte fra Cielo e Terra.

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Terribilis est locus iste / Hic domus dei est / et porta coeli
Questo posto è terribile, è la casa di Dio, e porta del cielo.
Chiunque si rechi sul Gargano, in Puglia, e visiti la grotta di San Michele Arcangelo, è accolto, all’ingresso, da queste parole scolpite nella pietra. Un ingresso non particolarmente vistoso, quello del santuario. Oltrepassato il quale, sembra che il tempo si appresti a fermarsi. Una scala, una discesa verso l’interno della terra, giù dove si narra che l’arcangelo Michele sia apparso tre volte molti secoli fa, dove l’arcangelo stesso chiese la consacrazione di quel posto al suo culto.

Esistono in Puglia montagne sacre? Monte Sant’Angelo, a 50 chilometri da Foggia e a 18 da Manfredonia, lo è sicuramente.

Si tratta del più alto borgo del Gargano. Secondo gli studiosi, è un centro spirituale che assomma la vetta (principio sacro, legato al cielo) e una caverna (principio sacro legato alla terra) in asse con la sua sommità. In base ad alcuni racconti, di notte si manifesterebbero nel Santuario di Monte Sant’Angelo forze sovrumane.
Lo studioso Aldo Tavolaro ha individuato l’«omphalos», la triplice cinta, sulle pietre tombali della chiesa di Monte Sant’Angelo, simbolo e luogo che avrebbero molti elementi ermetici (chiunque avesse portato con sé una pietruzza staccata dalla roccia della grotta sarebbe stato protetto).

Nell’atrio superiore del Santuario, collocata in alto rispetto alla porta di ingresso di destra, c’è una lapide con una iscrizione tratta dalla Genesi: «Terribilis est locus iste/ hic domus Dei est! et Porta coeli» (“Questo è un luogo terribile. Questa è la casa di Dio e la porta del Cielo”). Il Beth El (Casa di Dio) è sinonimo delle montagne ed è luogo sacro perché vi si è compiuta una manifestazione divina. Insomma, queste realtà fanno comprendere il carattere sacro del Monte. Del resto, questa espressione di Giacobbe riportata nella Genesi è presente anche in altre chiese come quella di Rennes Le Chateau.

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L’ingresso del santuario è collegato all’atrio interno attraverso una scalinata di 89 gradini: da qui, attraverso una porta in bronzo, si entra nella basilica costituita quasi per intero dall’antica grotta, luogo in cui, secondo la tradizione, l’Arcangelo Michele apparve per ben tre volte al vescovo di Siponto.

Forze sovrumane, ma non solo. Nella grotta-santuario ci sono varie testimonianze storico-artistiche: statue, affreschi, pitture su legno, bassorilievi, altari, la cattedra episcopale di Acceptus (sec. XI), un’icona in bronzo di San Michele, le porte in bronzo fuse a Costantinopoli nel 1076. Il santuario è invischiato in storie di antica magia, riti sacri e pagani e mitologia. Alla figura divinatoria dell’Iliade, ovvero Calcante, sarebbe dedicata la parte anteriore del santuario che, peraltro, in epoca Paleolitica era già sede di insediamenti umani che beneficiavano del volere divino attraverso riti sacri.

Il santuario si colloca sul Monte Drion (letteralmente monte delle querce) che se da un lato  rimanda all’influsso di correnti celtiche, dall’altro ricorda il culto del Podalirio. Sembra, infatti, che questa zona fosse provvista di un’acqua salvifica utilizzata in quel tipo di culto per la guarigione di esseri umani e di animali. La grotta è profonda 60m e offre resti di un’arte antica, frutto della maestria di artigiani illustri che si manifesta attraverso affreschi e iscrizioni che arricchiscono le pareti e il pavimento sottostante.

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Leggi anche su Molfetta Discute:
“Il culto dell’Arcangelo Michele e la linea sacra”

STORIA E LEGGENDA
La zona del santuario di Monte sant’Angelo è ricordata anche da Strabone come luogo di antichi culti: «Nel territorio della Daunia, su un monte chiamato Drion esistono due templi: uno sulla sommità, dedicato a Calcante, e l’altro, sulla parte più bassa, a cento stadi dal mare, dedicato a Podalirio».

La grotta dedicata all’Arcangelo Michele è luogo di incrocio di culture, religioni ed etnie diverse. Per quello che riguarda la sua storia, è uno dei più antichi luoghi di culto della cristianità, concentrato di arte romanica dove, dal Mille fino al Duecento, si sviluppò una scuola di scultori il cui maestro fu l’arcidiacono Acceptus  che, secondo gli storici dell’arte, inventò un nuovo linguaggio formale. La storia di Monte Sant’Angelo comincia nel 493, quando fu costruita la chiesa dedicata all’arcangelo Michele dopo la sua apparizione al vescovo di Siponto.
Secondo la leggenda, un ricco signore di Siponto smarrì, dalle sue mandrie, un toro (simbolo della fertilità maschile). Dopo averlo cercato invano, l’animale fu trovato in una grotta. L’uomo che lo ritrovò gli scagliò una freccia, ma, anziché colpire il toro, questa girò su se stessa e colpì colui che l’aveva scagliata (in Palmieri, «Scopriamo la Puglia», Adda editore). Dopo pochi giorni, apparve San Michele che si dichiarò autore dell’avvenimento.
Questo evento sarebbe stato considerato un segno misterico dal vescovo di Siponto, che si recò sul luogo dove l’Arcangelo si manifestò dichiarandosi effettivamente il responsabile del misfatto con tali parole: «Io sono l’Arcangelo Michele e sto sempre alla presenza di Dio. La caverna è a me sacra, è una mia scelta; io stesso ne sono il vigile custode […]. Là dove si spalanca la roccia possono essere perdonati i peccati degli uomini […]. Quel che sarà qui chiesto nella preghiera sarà esaudito. Va, perciò, sulla montagna e dedica la grotta al culto cristiano».

San Michele di Andrea Sansovino. La statua in marmo bianco di Carrara e' conservata dentro una preziosa teca d'argento e cristallo.
San Michele di Andrea Sansovino.
La statua in marmo bianco di Carrara e’ conservata dentro una preziosa teca d’argento e cristallo che si trova nel santuario di San Michele Arcangelo, in provincia di Foggia.

In un secondo aneddoto la chiesetta, che sarebbe stata utilizzata dalle popolazioni primitive come culto di riti pagani, fu poi consacrata nel 493 dal vescovo di Siponto per premiare la cittadina che aveva saputo resistere a un’incursione barbarica grazie alla premonizione dell’Arcangelo assicurante la vittoria sui nemici.
Odoacre, re dei Goti, assediò Siponto: il vescovo chiese e ottenne una tregua di tre giorni. Il terzo giorno, apparve l’angelo che assicurò una vittoria certa: i Sipontini combatterono in campo aperto e vinsero. Un anno dopo, Maiorano organizzò una processione con i vescovi di Trani, Andria, Canosa, Venosa e Canne, per consacrare finalmente la grotta all’arcangelo. Giunti alla caverna, vi trovarono con grande sorpresa un altare coperto da un mantello color porpora e, nella pietra, l’impronta del piede di un bambino, segni soprannaturali lasciati dal Santo come reliquie. Fu celebrata la messa, il Santuario fu consacrato a San Michele e divenne tappa obbligata per i crociati.
Un’altra apparizione non ben testimoniata, sarebbe avvenuta alla presenza di Enrico II che volle trascorrere una notte da solo nella grotta. Della terza sarebbe stato, invece, testimone l’arcivescovo Piccinelli che nel 1656 si trovò a dover debellare un’orrida ondata di peste che travolse tutto il Mezzogiorno.
Fu così che implorò all’arcangelo di mettere fine alla peste. Egli avrebbe ascoltato le sue preghiere suggerendogli di prendere delle pietre dalla cava, di segnarle con una croce e di darle ai malati come talismano finalizzato alla guarigione.
I documenti storici dell’epoca attesterebbero che le cose andarono esattamente a buon fine: san Michele sarebbe apparso ad alcuni pellegrini «garantendo che chiunque avesse portato con sé una pietruzza staccata dalla roccia della grotta sarebbe stato protetto dalla peste» (in Rizzelli Marcucci, «Guida insolita ai misteri del sacro in Italia», Newton Compton, Roma, 1999).

LE RUNE E IL MISTERO DEL DIVINO

Iscrizioni incise nell’antico alfabeto runico nei pressi della Sacra Grotta

Il santuario è stato fin dalla sua origine meta di pellegrinaggio da parte di innumerevoli fedeli venuti da tutti i Paesi del mondo: uomini e donne comuni e personaggi di grande rilievo storico. San Francesco, l’Imperatore Ottone e il re Ferdinando il Cattolico per rispetto a Michele entrarono nella grotta scalzi. Ottone III e Enrico II varcarono la soglia del sacro speco in atteggiamento di penitenti.
E lo stesso fecero Roberto il Guiscardo, Federico II di Svevia e Carlo I d’Angiò. Fra i tanti uomini illustri, nel 1874 si recò in pellegrinaggio al Monte lo storico tedesco Ferdinand Gregorovius. Davanti alla statua dell’Arcangelo, in cui il volto e l’atteggiamento enigmatico esprimono così icasticamente la dimensione misteriosa del divino, lo studioso, colpito dalla fede dei pellegrini in preghiera, dai lumi che tremolavano nelle tenebre, dal fascino del luogo, scrisse: «Tredici secoli sono trascorsi, tanti cambiamenti sono avvenuti, ma l’Arcangelo del Gargano è restato immutato e i pellegrini pregano nel sacro luogo come ai tempi di Belisario e di Narsete».
Molti degli antichi visitatori lasciavano segni a testimonianza del loro passaggio, la maggior parte senza alcun significato particolare, magari scarabocchi o l’incisione del proprio nome. Ma quattro epigrafi appaiono scritte in caratteri molto diversi dall’alfabeto tradizionale greco o latino: si tratta di caratteri runici , i primi in Italia.
Si tratta delle famose rune, segni utilizzati nelle isole Britanniche tra i secc. VI e IX. La funzione delle rune è ben diversa da quella delle lettere dell’alfabeto comune. Avevano carattere molto spesso iniziatico o un utilizzo magico-sacrale. Appaiono senza alcuna curva, sotto forma di segni angolari e spigolosi, per essere tracciate su supporti di materiale diverso, quali le pietre, il legno o altri elementi della natura. Questi segni rimandano all’antica saggezza druidica di tradizione celtica e contengono frammenti di una scienza a noi sconosciuta, che considerava l’uomo nel suo aspetto bipolare di corpo e anima. Queste cognizioni erano a fruizione di pochi eletti che entravano a far parte di una sorta di “casta” sacerdotale (ma non solo) dopo un apprendistato durato circa 20 anni.

I LONGOBARDI E IL DIO WOTAN

Pare che l’utilizzo di talismani simili sia riconducibile sempre agli antichi culti pagani praticati nella zona, da tempo immemorabile esattamente come avveniva per l’acqua l’acqua salvifica che filtrava attraverso la grotta per finire in un piccolo pozzo. La grotta dal culto micaelico e la relativa cittadina in epoca medievale divennero un crocevia per pellegrinaggi dai posti più disparati del mondo, luogo di floridi scambi commerciali e culturali. In particolare, questa misteriosa zona del Mezzogiorno suscitò attrazione nei popoli Longobardi che videro nella figura dell’arcangelo Michele una trasposizione del loro dio della guerra Wotan, che l’iconografia classica definiva dotato di spada e scudo, simile a un guerriero.
Infatti, la grotta sacra custodisce al suo interno una statua di marmo scolpita da Andrea Sansovino rappresentante il santo in atteggiamento di guerriero vittorioso, mentre calpesta un essere mostruoso. Questo cimelio è custodito in un’urna di argento e cristallo di Boemia. I longobardi ne fecero così tappa importante della famosa Via sacra Longobardorum che si snodava da Benevento lungo l’antica Via Traiana, fino a San Severo di Puglia e, infine, a Monte Sant’Angelo.
La consacrazione del posto, rifugio nel sec. X per i cristiani contro gli avamposti bizantini, rese necessario pensare a strutture che potessero ospitare i pellegrini, per cui l’antico quartiere Junno, ancor oggi visibile e caratteristico per la molteplicità di palazzotti bassi con porta centinata sormontata da un unico piccolo balconcino, fungeva da nucleo centrale da cui si sarebbe poi sviluppato il  resto del paese in tempi più  recenti. Per i più, le cinta murarie del paese testimoniano la presenza normanna e quella aragonese.
Inizialmente, il santuario e il villaggio costituivano due nuclei separati ma, dopo la costruzione della prima cinta muraria nel sec. XI, la rivalità tra popolo civile e popolo religioso fu estinta quasi del tutto, mentre quella che fu la parte costruita nel sec. XIII, la terza cinta muraria, è ancora relativamente visitabile.

“CHE E’ CON DIO”
Si vocifera ancor oggi che, durante particolari notti, nel santuario di Monte Sant’Angelo si sprigionerebbero forze sovrumane e alcuni abitanti del luogo avrebbero assistito a strane apparizioni.
La storia, le leggende, le tracce anche misteriose lasciate sulle sue pietre, sembrerebbe suggellare in eterno la magia di questa zona. Sicuramente la bellezza paesaggistica del posto e la suggestione delle numerose testimonianze artistiche all’interno della grotta, scatenano la fantasia popolare e il nome stesso dell’«Angelo Guerriero», Michele, racchiude in sé potenze grandiose ed ancestrali. Infatti, Michele vuol dire “che è come Dio” e, perciò, è considerato il principe degli angeli. Sarebbe apparso alla fine del Cinquecento anche a Roma sul mausoleo di Adriano (ribattezzato Castel Sant’Angelo) e in Normandia nel 708 a Mont St. Michel, dove nei pressi c’è una zona chiamata Gargant. Stesso avvenimento in Val di Susa, alle porte di Torino.

Particolare della statua di San Michele di Andrea Sansovino che si trova nel Santuario di San Michele Arcangelo, a a Monte Sant’Angelo, in Puglia.

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