La teoria dei vetri rotti. E "la spazzatura si accumula" |
domenica 17 dicembre 2017

La teoria dei vetri rotti. E “la spazzatura si accumula”

In una collettività il disordine e la criminalità sono in genere inestricabilmente collegati, in una sorta di spirale ascendente.

Molfetta, discarica abusiva che si trova nel Comparto 4, zona di nuova espansione, in prossimità di via Edoardo de Filippo. Foto scattata oggi, giovedì 29 giugno 2017, e inviata da un lettore di Molfetta Discute

Psicologi sociali e agenti di polizia sono tendenzialmente concordi nell’affermare che se in un palazzo viene rotto il vetro di una finestra e non si provvede alla riparazione, ben presto tutte le altre finestre verranno infrante. Questo nei bei quartieri come in quelli degradati. Il fatto che gli atti di vandalismo si verifichino su larga scala in determinate zone non dipende dall’indole degli abitanti. E’ che una finestra rotta non riparata indica incuria, così romperne altre non comporta niente. (Ed è sempre stato un divertimento).

Philip Zimbardo, psicologo di Stanford, nel 1969 pubblicò il risultato di alcuni esperimenti di verifica della “teoria dei vetri rotti”. Fece parcheggiare un’automobile senza targa, col cofano aperto in una strada del Bronx, e un’ automobile analoga in una via di Palo Alto, in California. La macchina nel Bronx subì l’assalto dei “vandali” nel giro di dieci minuti. La prima ad arrivare fu una famiglia – madre, padre e un figlio piccolo – che si portarono via il radiatore e la batteria. Tempo ventiquattrore e in pratica tutte le componenti di valore erano state estratte dall’auto. Iniziò poi la demolizione casuale, finestrini infranti, componenti fatte a pezzi, tappezzeria strappata. I bambini iniziarono ad usare l’auto come parco giochi. La maggioranza dei “vandali” adulti erano bianchi ben vestiti, dall’aspetto per bene. La macchina a Palo Alto restò intatta per più di una settimana. Poi Zimbardo ne fracassò una parte con una mazza da fabbro. Presto i passanti lo imitarono. Nel giro di poche ore l’auto era stata ribaltata e completamente distrutta. Di nuovo i “vandali” erano all’apparenza prevalentemente bianchi rispettabili. I beni incustoditi diventano bersaglio di gente in cerca di svago o di bottino e anche di persone che normalmente non si sognerebbero di fare cose del genere e che probabilmente si considerano ligi alla legge. Date le caratteristiche della collettività del Bronx, la vita anonima, la frequenza di abbandono delle auto, di furti e distruzioni, le esperienze passate di incuria e indifferenza, il vandalismo inizia ben prima che nella compassata Palo Alto, dove la gente sa che i beni privati sono custoditi e che il comportamento indisciplinato costa caro. Ma il vandalismo può verificarsi ovunque una volta che le barriere collettive – il senso di rispetto reciproco e i doveri di civiltà – vengono abbassate da atti interpretabili come segnale di incuria.

La nostra tesi è che il comportamento “trascurato” porta anche alla distruzione degli strumenti di controllo collettivi. La popolazione stabile di un quartiere composta da famiglie che curano le loro case, badano ai bambini del vicinato, e guardano con sospetto gli estranei indesiderati si può trasformare in pochi anni o addirittura in pochi mesi in una giungla spaventosa e inospitale. Una proprietà viene abbandonata, il terreno invaso dalle erbacce, una finestra spaccata. Gli adulti smettono di rimproverare i bambini chiassosi, e i bambini si sentono incoraggiati a fare ancora più chiasso. Le famiglie traslocano altrove e nel quartiere si trasferiscono adulti senza legami. Gli adolescenti si radunano davanti al negozio all’angolo. Il commerciante li invita a sloggiare. Rifiutano. Scoppiano risse. La spazzatura si accumula. La gente inizia a bere davanti al negozio. Col tempo un ubriaco si accascia sul marciapiedi e lo lasciano dormire lì. Mendicanti abbordano i passanti. A questo punto non è detto che nel quartiere prosperi la criminalità grave o si verifichino violenze sugli estranei, ma molti residenti penseranno che la criminalità, soprattutto il crimine violento, sia in aumento e modificheranno il loro comportamento di conseguenza. Limiteranno la frequenza delle uscite in strada e, nel caso, si terranno in disparte, distoglieranno lo sguardo, bocca chiusa e passo spedito. “Non ti impicciare”. Per alcuni residenti questa crescente atomizzazione avrà scarso peso, perché il quartiere non è “casa loro” ma “dove abitano”. I loro interessi sono altrove, sono dei cosmopoliti. Ma conterà moltissimo per la vita di altri che trae significato e appagamento dai legami con la realtà locale più che con il resto del mondo. Per loro il quartiere cesserà di esistere, fatta eccezione per quel paio di amici affidabili che faranno in modo di frequentare. Un quartiere simile è vulnerabile all’ invasione da parte della criminalità. Traduzione di Emilia Benghi (Da “Broken Windows”, pubblicato sulla rivista “Atlantic Monthly” del marzo 1982)

Fonte web: la Repubblica Archivio

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