Perché non possiamo non dirci "Cristiani"
venerdì 20 ottobre 2017

Perché non possiamo non dirci “Cristiani”

Perché non possiamo non dirci “cristiani” è il titolo di un breve saggio del filosofo italiano Benedetto Croce. Esso comparve per la prima volta il 20 novembre 1942 sulla rivista La Critica, fondata e diretta dallo stesso Croce; nel 1945 fu poi pubblicato a Bari dalla casa editrice Laterza nel primo volume dei Discorsi di varia filosofia. Secondo l’autore, la nostra civiltà non può non definirsi cristiana senza rinnegare la propria identità. Aveva ragione e il suo saggio è attualissimo.

Molfetta – Madonna del Molo Pennello. Credit: “Appunti di viaggio di Maria Cappelluti”
Benedetto Croce « Il filosofo, oggi, deve non già fare il puro filosofo, ma esercitare un qualche mestiere, e in primo luogo, il mestiere dell'uomo. » (Benedetto Croce, Lettere a Vittorio Enzo Alfieri (1925-1952), Sicilia Nuova Editrice, Milazzo 1976, pp. X-XI.) Benedetto Croce (Pescasseroli, 25 febbraio 1866 – Napoli, 20 novembre 1952) è stato un filosofo, storico, politico, critico letterario e scrittore italiano, principale ideologo del liberalismo novecentesco italiano ed esponente del neoidealismo.
Benedetto Croce
« Il filosofo, oggi, deve non già fare il puro filosofo, ma esercitare un qualche mestiere, e in primo luogo, il mestiere dell’uomo. »
(Benedetto Croce, Lettere a Vittorio Enzo Alfieri (1925-1952), Sicilia Nuova Editrice, Milazzo 1976, pp. X-XI.)
Benedetto Croce (Pescasseroli, 25 febbraio 1866 – Napoli, 20 novembre 1952) è stato un filosofo, storico, politico, critico letterario e scrittore italiano, principale ideologo del liberalismo novecentesco italiano ed esponente del neoidealismo.

Benedetto Croce nel saggio scritto nel 1942 «Perché non possiamo non dirci “cristiani”», sostiene che il Cristianesimo ha compiuto una rivoluzione «che operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale, e conferendo risalto all’intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fino allora era mancata all’umanità» che per merito di quella rivoluzione non può non dirsi “cristiana”. «Gli uomini, gli eroi, i geni» che vissero prima dell’avvento del Cristianesimo «compirono azioni stupende, opere bellissime, e ci trasmisero un ricchissimo tesoro di forme, di pensiero, di esperienze» ma in tutti essi mancava quel valore che oggi è presente in tutti noi e che solo il Cristianesimo ha dato all’uomo.

Croce sostiene che « Il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta: così grande, così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non maraviglia che sia apparso o possa ancora apparire un miracolo, una rivoluzione dall’alto, un diretto intervento di Dio nelle cose umane, che da lui hanno ricevuto legge e indirizzo affatto nuovo. Tutte le altre rivoluzioni, tutte le maggiori scoperte che segnano epoche nella storia umana, non sostengono il suo confronto, parendo rispetto a lei particolari e limitate […]. E le rivoluzioni e le scoperte che seguirono nei tempi moderni, in quanto non furono particolari e limitate al modo delle loro precedenti antiche, ma investirono tutto l’uomo, l’anima stessa dell’uomo, non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana […]. La ragione di ciò è che la rivoluzione cristiana operò al centro dell’anima, nella coscienza morale, e, conferendo risalto all’intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fin allora era mancata all’umanità. »

Croce risponde poi alle obiezioni che ai suoi tempi erano mosse a tale tesi. L’autore accenna a chi lamentava la battuta d’arresto che lo sviluppo del pensiero cristiano avrebbe subito nel Medio Evo, dopo i primi secoli di entusiastico progresso. A questi, Croce replica che tale fase servì al consolidamento e alla sistemazione della dottrina e della disciplina della Chiesa, in vista di un nuovo fiorire del pensiero cristiano.

In quest’epoca, il cristianesimo sconfisse il politeismo e le eresie gnostica e manichea, assorbì e conservò la tradizione del crollato Impero romano, ricostituendolo su nuove basi spirituali, cristianizzò e incivilì i barbari, animò la difesa contro l’Islam, “minaccioso alla civiltà europea”.

Andrea Mantegna, Adorazione dei Magi, tempera su tela, Paul Getty Museum Malibu

L’autore replica poi a chi lamentava la corruzione che la Chiesa cattolica lasciò penetrare in sé e allargare in modo spesso grave. Tali critiche, secondo Croce, non sono valide, in quanto ogni istituzione reca in sé il rischio della corruzione, come accadde anche alle comunità protestanti: «Un istituto non muore per i suoi errori accidentali e superficiali, ma solo quando non soddisfa più alcun bisogno, o a misura che scema la quantità e si abbassa la qualità dei bisogni che esso soddisfa».

La Chiesa cattolica, “giovandosi degli spiriti cristiani che spontanei rifiammeggiavano dentro e fuori dei suoi quadri”, seppe rinnovarsi già negli ultimi secoli del Medio Evo. Più tardi il cattolicesimo rischiò di scomparire, sia per la Riforma protestante, sia per la rivoluzione scientifica che rendeva antiquata la scolastica; la Chiesa tuttavia seppe ancora una volta rinnovarsi ed espandersi ulteriormente nel Nuovo Mondo.

Il messaggio cristiano, secondo Croce, è stato la sorgente del pensiero moderno: un accrescimento e una trasformazione del cristianesimo furono l’umanesimo e il rinascimento, la Riforma protestante, la rivoluzione scientifica, il giusnaturalismo, il liberalismo, l’illuminismo, le filosofie di Vico, Kant, Fichte ed Hegel. « Una ben giustificata riprova porge di questa storica interpretazione il fatto che la continua e violenta polemica antichiesastica, che percorse i secoli dell’età moderna, si è sempre arrestata e ha taciuto riverente al ricordo della persona di Gesù, sentendo che l’offesa a lui sarebbe stata offesa a sé medesima, alle ragioni del suo ideale, al cuore del suo cuore. »

In vero Croce non aveva abbandonato la sua convinzione laica né si schierava a difesa della Chiesa romana ma semplicemente osservava come «con l’appello alla storia non possiamo non riconoscersi e non dirci cristiani».

L’Adorazione dei Magi dipinta da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova: in alto si nota la cometa.

La storia dimostrava cioè che era stato il successo storico del Cristianesimo più che il suo messaggio religioso a imporsi nelle coscienze. Scrive Croce: « Il Cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta… » Volenti o nolenti dunque noi siamo gli eredi di una rivoluzione: termine che non a caso usa Croce volendo significare il carattere dirompente, e costruttivo assieme della rivoluzione cristiana, che storicamente ha operato come tutte le altre rivoluzioni che però «… non sostengono il suo confronto, parendo rispetto a lei particolari e limitate».

Non possono infatti paragonarsi alla rivoluzione culturale cristiana né le «rivoluzioni» antiche, come quella del pensiero in Grecia e del diritto a Roma, né le rivoluzioni moderne che «non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana», sono «in relazione di dipendenza da lei»La rivoluzione cristiana rappresenta infatti un evento unico nella storia dell’umanità perché, a differenza di tutte le altre, essa «operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale»; «la sua legge attinse unicamente dalla voce interiore» e «la coscienza morale, all’apparire del cristianesimo, si avvivò, esultò e si travagliò in modi nuovi».

Corrado Giaquinto Adorazione dei Magi, Bevagna, Palazzo Lepri, Pinacoteca Comunale

Quella cristiana è stata una rivoluzione «così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non maraviglia che sia apparso o possa ancora apparire un miracolo, una rivelazione dall’alto, un diretto intervento di Dio nelle cose umane». Ma la rivoluzione cristiana «non fu un miracolo», «perché lo spirito è sempre la pienezza di sé stesso».

Quello Spirito che, presente in tutti i filosofi, dai medievali ai rinascimentali, dagli illuministi francesi ai vari Vico, Kant, Fichte, Hegel, li rese debitori dei valori del cristianesimo ma nello stesso tempo legittimi interpreti di quella religione diffondendone i principi, proprio «questi, e tutti gli altri come essi, che la chiesa di Roma, sollecita (come non poteva non essere) di proteggere il suo istituto e l’assetto che aveva dato ai suoi dommi nel concilio di Trento, doveva di conseguenza sconoscere e perseguitare e, in ultimo, condannare con tutta quanta l’età moderna in un suo sillabo, senza per altro essere in grado di contrapporre alla scienza, alla cultura e alla civiltà moderna del laicato un’altra e sua propria e vigorosa scienza, cultura e civiltà».

Misero in atto e diffusero i valori di quella “rivoluzione cristiana” quei filosofi, pur laici, che la Chiesa cattolica che li condannò non riuscì a propagare perché aveva trasformato quell’innovativo pensiero, che per la sua stessa natura è «sempre un abbozzo a cui in perpetuo sono da aggiungere nuovi tocchi e nuove linee», in un complesso intangibile di dogmi.

Il presepe di Greccio, Storie di San Francesco nella Basilica superiore di Assisi, attribuite a Giotto.

Alla Chiesa va riconosciuto comunque il merito di avere eliminato dal pensiero religioso del rapporto tra l’uomo e Dio tutte le incrostazioni mitiche precedenti e di aver elaborato definitive categorie filosofiche nell’ambito di un dibattito sul pensiero cristiano a cui hanno partecipato tutte le filosofie seguenti. Né la Chiesa si sottrasse al suo compito di rendersi universale cercando di far prevalere il pensiero cristiano e di diffonderlo in Europa, pur cadendo essa stessa nel suo corso storico in “errori” da cui seppe però sanarsi e riformarsi.

Al cristianesimo dobbiamo la nuova visione della storia dove l’uomo agisce secondo una nuova morale basata sull’amore «verso tutti gli uomini, senza distinzioni di genti e di classi, di liberi e di schiavi, verso tutte le creature, verso il mondo che è opera di Dio, e Dio che è Dio d’amore», quel Dio che è lo «Spirito» il cui mistero è ancora oggi oggetto dell’indagine dei filosofi la cui passione per la verità ne fa quasi dei martiri perché « … il Dio cristiano è ancora il nostro, e le nostre affinate filosofie lo chiamano lo Spirito, che sempre ci supera e sempre è noi stessi; e, se noi non lo adoriamo più come mistero, è perché sappiamo che sempre esso sarà mistero all’occhio della logica astratta e intellettualistica, immeritatamente creduta e dignificata come “logica umana”, ma che limpida verità esso è all’occhio della logica concreta, che potrà ben dirsi “divina”, intendendola nel senso cristiano come quella alla quale l’uomo di continuo si eleva, e che di continuo congiungendolo a Dio, lo fa veramente uomo. »

Sposalizio della Vergine (1504) di Raffaello Sanzio (Urbino 1483 – Roma 1520)

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