Il Presepe che portiamo nel cuore

Il Presepe che portiamo nel cuore

Mai come quest’anno c’è bisogno del Natale, di un tempo di sosta, di lettura e di riflessione che aiuti a radunare i pensieri, a tenerli insieme con il filo dell’empatia e a illuminarli con la razionalità.

Molfetta, Presepe del Seminario Vescovile – Dicembre 2015 – Ph. Nicola Sciancalepore

Mai come quest’anno c’è bisogno di un Natale conviviale, fatto di momenti di scambio e di incontro. Momenti che mettano in comune i ricordi per vivificare tradizioni e riferimenti culturali sedimentati nel tempo.

Il presepe, ad esempio, non offende nessuno, è una tradizione inclusiva e profondamente conviviale che raduna nello stupore e nel miracolo della nascita i magi e i pastori, i potenti e gli ultimi, la venditrice di uova e il mugnaio, l’asino, le pecore. La capanna, la stella, gli animali, il cammino per arrivare alla meta: sono tutti elementi di una narrazione collettiva che è profondamente umana, prima ancora che cristiana.

Molto bella la riflessione sul Presepe di seguito pubblicata, anche perché oltre ad accomunare ricordi ed emozioni legati ad una bella tradizione induce a riflettere e molto sul grande messaggio di pace e serenità tra gli uomini che l’evento della nascita di un bambino in una capanna perpetua da oltre 2mila anni. E se non è questo il più grande miracolo di Yeshu’a, allora il grande miracolo qual è. Il grande miracolo che, attenzione, travalica gli argini dei dogmi di una religione, per coinvolgere gli uomini di tutte le fedi, di tutti i credi e capace di entrare anche nei cuori di quegli uomini e quelle donne che non hanno un credo religioso.

Il presepe di Greccio, Storie di San Francesco nella Basilica superiore di Assisi, attribuite a Giotto.
Il presepe di Greccio, Storie di San Francesco nella Basilica superiore di Assisi, attribuite a Giotto.

IL PRESEPE CHE PORTIAMO NEL CUORE
Di Marcello Veneziani – Ritorno al Sud

Il presepe che portiamo nel cuore è quello con l’ovatta per la neve, la carta d’imballaggio per le montagne, i laghetti ricavati dagli specchietti della vanità femminile e il muschio rubato dai cortili. Gli odierni presepi si comprano in blocco, chiavi in mano, interamente prefabbricati. Il nostro era un piccolo miracolo di edilizia sacra, di urbanistica domestica a sfondo infantile e religioso, dai risultati goffi e commoventi. I personaggi erano un po’ raccogliticci: i re Magi, per esempio, erano tre ma appartenevano a collezioni diverse, uno esotico, l’altro moderno come un businessman della city e il terzo bonsai, appartenente chissà a quale popolo di pigmei, fino a sembrare un nano intruso. Poi uno arrivava col cammello, l’altro a piedi e il terzo sembrava sceso dal taxi. Viceversa impressionava Gesù Bambino che era un bambinone più grosso di sua Madre e, quel che più colpiva, perfino del bue e dell’asino. Tenuto fino al 24 dicembre su un fienile, poi a mezzanotte planava nella culla, ma debordava.
 
A san Giuseppe si spezzava ogni Natale il bastone ed era sempre in riparazione; si rimediava col fil di ferro. Di Madonne ne avevamo tre, come le Marie del panettone; le altre due erano mescolate tra i pastori, ma stavano in panchina, in lista d’attesa; in caso di necessità si rendevano disponibili, come dicono le hostess per le maschere d’ossigeno. Tra i personaggi c’era un venditore urlante di cocomeri, clamorosamente fuori stagione; ma se è per questo i personaggi erano per metà vestiti d’estate e per metà d’inverno. I primi erano giustificati dal luogo (è pur sempre «continente africano»), i secondi dal tempo (è pur sempre Natale). Nel presepe c’era quasi sempre un infiltrato, un personaggio fuori epoca, forse un agente del Mossad.
Ogni anno si riproponeva il problema di come sospendere in alto la stella cometa, attraverso fili invisibili che tanto invisibili non erano. Più drammatico era piazzare sulla grotta i due angioletti che, sistemati assai precariamente, cadevano in continuazione con le loro chitarrine provocando stragi di papere e pastori, come due kamikaze del Signore. Era un po’ grottesco il presepe domestico, così raffazzonato. Ma emanava calore umano e davvero sembrava che in quei giorni ad abitare la casa non fossimo solo noi della famiglia. Li conoscevo bene uno per uno, quei personaggi, pecore incluse; su ognuno mia madre aveva costruito una storia. E la notte di Natale facevamo nascere il Bambino dopo una processione in tutte le stanze, capitanata da mia madre, che ne era la vera Artefice, piccola grande Regista dell’universo famigliare. E noi con le candele dietro a cantare Tu scendi dalle stelle.
Erano lampi natalizi d’arcaica imbecillità, ma quel rito illuminava d’incanto. Quel buio punteggiato dalle candele, quel calpestio domestico di nonni, padri e figli in corteo come in un albero genealogico dal vivo, quelle voci stonate e vere, quelle stanze di sempre visitate in una luce piccola e speciale che donava un alone di magia alle cose consuete, quella famiglia intera che docilmente interrompeva la routine per seguire con dolce demenza un Bambino, quegli auguri davanti alla stessa grotta di sempre. Quella flebile candelina in mano riscaldava tutto l’anno. Rivedo ancora quella processione come un viaggio lento e corale nelle stanze buie del destino.

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