I riti della Settimana Santa: “l’Ufficio delle Tenebre”

I riti della Settimana Santa: “l’Ufficio delle Tenebre”

Una delle celebrazioni più suggestive della Settimana Santa, ma forse la meno conosciuta. Una delle liturgie meravigliose celebrata da cattolici, così come da anglicani, protestanti e alcune Chiese ortodosse. Una immersione mistica dei fedeli nella morte di Cristo: il servizio liturgico delle Tenebrae


Brano tratto dalla celebrazione che si tiene ogni mercoledì Santo presso la chiesa di S. Giovanni a villa a Sessa Aurunca. Trattasi di una delle tante celebrazioni che caratterizzano una delle più belle Settimane Sante del mondo. Il rito dell’Ufficio delle Tenebre (meglio noto come “Terremoto”) è svolto dall’Arciconfraternita del SS. Crocifisso nella Chiesa di San Giovanni a Villa di Sessa Aurunca, la sera del mercoledì Santo. La funzione è composta da salmi e lezioni recitate e cantate dai confratelli, tutte rigorosamente in latino. Nel presbiterio è collocata la “saetta”, un candeliere a quindici bracci di forma triangolare. Una candela viene spenta alla fine di ogni salmo. Spente 14 candele, l’ultima rimane accesa e viene nascosta dal cerimoniere dietro l’altare, mentre tutti i partecipanti, rimasti al buio, battono piedi e mani sui banchi per alcuni secondi, a rievocare il terremoto avvenuto alla morte di Cristo.

Uno dei rito più suggestivi della Settimana Santa è l’Ufficio delle Tenebre, che si svolge nella chiesetta di Santo Stefano il Mercoledì Santo. Inizialmente questo rito veniva svolto poco dopo la messa in Coena Domini, a poche ore dall’uscita dei Misteri. Ci sono state poi delle riforme e anticipata al Mercoledì Santo, con il Repositorio già pronto, illuminato solo dai 15 ceri del candelabro (“saettia”) e dai ceri posti sui Misteri.

Di solito, si esaltano le processioni e i molteplici riti pasquali, soprattutto in Puglia: eppure, l’Ufficio delle Tenebre  (lat. Officium Tenebrarum o Tenebrae) è uno dei rituali più emozionanti e affascinanti. A Molfetta questa liturgia è ufficiata dalla Arciconfraternita di Santo Stefano. Questo momento di preghiera comune si svolge il Mercoledì Santo, secondo quanto previsto dall’antica Liturgia delle Ore”.

Un tempo l’Ufficio era svolto subito dopo la Messa in Coena Domini del Giovedì Santo e precedeva l’uscita dei Misteri. Con il cambio degli orari, disposti negli anni, l’Arciconfraternita ha ritenuto opportuno anticiparla alla sera del Mercoledì. Dopo la funzione liturgica, i Confratelli si riuniscono in gruppi per consumare la cosiddetta “Coena Domini”, un’agape fraterna che costituisce un momento di aggregazione e di preparazione spirituale alla processione del Venerdì Santo, quasi a rievocare l’Ultima Cena.

Con lo sfondo del repositorio illuminato dalle candele e dalla saettia (un particolare candeliere a forma triangolare dotato di quindici candele), 9 confratelli si alternano nell’esecuzione, in lingua latina, di altrettanti brani (lezioni) tratti dalle «Lamentazioni» di Geremia, dai «Trattati» di san Agostino e dalle «Epistole» di san Paolo, secondo due antichi toni musicali tipicamente molfettesi.



Lamentazioni di GeremiaI 9 confratelli sono sempre gli stessi e, spesso, si tramandano questo “privilegio” di generazione in generazione. Le letture sono cantate a gruppi di tre, dando origine ai cosiddetti “notturni”. Ogni notturno è intervallato dai salmi (dal 68 al 76), cantati in italiano dai fedeli presenti. Al termine di ogni lettura o salmo, si spegne una candela che illumina il “Sepolcro”, fino a lasciarne accesa solo una posta sulla sommità della saettia che, a sua volta, è spenta non appena i fedeli terminano di intonare in latino il Cantico di Zaccaria (il «Benedictus») ed il celebrante ha impartito la benedizione in gregoriano.

La chiesa resta così nell’oscurità. L’ambiente è rischiarato solo dalla luce fioca dei ceri posti nei lumi, che adornano i cinque Misteri. Con il loro tremolio, conferiscono agli stessi quasi l’illusione di una reale agonia del Figlio di Dio. È questo l’istante in cui si esegue il “terremoto”. I confratelli ed i fedeli scuotono le sedie o battono libri sui banchi causando un fragoroso rumore, con cui si descrive lo sconvolgimento delle forze della natura dopo la morte di Gesù.

Si richiama così alla memoria, la drammatica circostanza della storia della Salvezza in cui Gesù, luce del Mondo, alla vigilia della Sua Passione e Morte, è abbandonato, rinnegato e tradito dai suoi stessi discepoli. Le candele spente rappresentano il loro amore verso il Redentore, che si fa sopraffare dalla paura, dal dolore, dalla cupidigia, dalle debolezze umane: «È l’ora delle tenebre» (Lc 22,53).

Sono cinque statue lignee comunemente chiamate Misteri. Esse, riproponendo visivamente i momenti dolorosi della Passione e Morte di Nostro Signore che il popolo medita fra i grani del Santo Rosario chiamandoli Misteri, ne assumono – in gruppo – la stessa valenza e lo stesso nome. La tradizione locale le vuole giunte da Venezia nella seconda metà del XVI secolo. Si narra, infatti, che il nobile patrizio molfettese, Evangelista Lepore, in forte apprensione per la salute malferma del figlio Diomede, volle recarsi nella città lagunare in cerca di un medico. Giunto a Venezia, il Lepore si imbatté nella bottega dello scultore Giacomo Fielle nella quale, già realizzate, trovò le statue dei cinque Misteri. Conquistato dal realismo scultoreo e dalla finezza dei lineamenti di quei simulacri, decise di portarli a Molfetta dove, appena tornato, apprese della repentina guarigione del figlio. Attribuendo lo straordinario evento alla fede che quelle statue avevano suscitato nel suo cuore, le donò all’Arconfraternita di Santo Stefano, cui era iscritto. Le statue raffigurano rispettivamente: Cristo orante nel Getsemani, Cristo flagellato, Cristo deriso (o Ecce Homo), Cristo carico della croce e Cristo morto. Destinate forse – già ab origine – ad un uso processionale, le statue sono realizzate a grandezza naturale e con un realismo così intenso, quale traspare dalle espressioni del viso e dalle movenze del corpo, da renderle vere e proprie icone di una sofferenza indicibile ma composta e accettata che conferisce loro una drammaticità e una suggestione unica nel suo genere. Purtroppo, al di là dell’affascinante leggenda cui ci si è aggrappati a motivo dei drappeggi delle vesti del Cristo – tutte damascate in oro zecchino quale fascinoso richiamo, nell’immaginario collettivo, ai fasti della Serenissima – non si sono, finora, rivenuti documenti che ci possano attestare, con sicurezza, né il luogo di provenienza, né gli artefici della committenza né, tanto meno, l’epoca certa dell’acquisizione da parte del Sodalizio confraternale. Per questo, gli storici locali hanno sciorinato le più diverse ipotesi e tentato le più disparate attribuzioni senza peraltro giungere a conclusioni accettabili. Studi recenti, comunque, sono propensi ad attribuirle – pur restando ancora ignoto l’autore – alla scuola napoletana del secondo Cinquecento allorquando la diffusione delle risultanze del Concilio di Trento, sviluppa negli artisti una nuova concezione della rappresentazione iconografica che assurgendo alla sua massima espressione in Spagna, influenza e si radica nella tradizione scultorea lignea napoletana.

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