Sona Carmagnola, il canto dei Sanfedisti: testo, storia e spiegazione
venerdì 20 ottobre 2017

Sona Carmagnola, il canto dei Sanfedisti: testo, storia e spiegazione

Quando si parla del canto dei sanfedisti, ritornano alla mente le vicende della Repubblica Partenopea e del breve periodo in cui Napoli fu nelle mani dei francesi rivoluzionari. Ma dove e perché nacque questo canto? Come divenne “dei Sanfedisti”? E infine, a quali eventi di quel particolare periodo storico fa riferimento?

Louis-Léopold Boilly, Ritratto di un sanculotto
Louis-Léopold Boilly, Ritratto di un sanculotto

Partiamo dalla storia: Carmagnola era un luogo in provincia di Torino, noto per la produzione di canapa; dopo l’arrivo dei Savoia, molti canapai emigrarono nella vicina Francia portando con sé le loro tradizioni, i loro abiti e i loro canti. I francesi per parte loro chiamarono “la Carmagnole” la giubba, i canti e i balli dei canapai emigrati. Poi accadde che in piena rivoluzione francese, nel 1792, i sans-coulottes francesi adottassero la giubba, il berretto frigio e una ballata con il testo adattato agli avvenimenti del momento cui dettero nome dila Carmagnole che diffusero nell’intera Francia. La Carmagnole divenne così la canzone delle rivoluzioni e ve ne furono diverse versioni.

Noi parleremo in questo testo della sua versione napoletana, che giunse nell’allora capitale del Regno nel 1799 assieme ai francesi accorsi a sostenere la neonata Repubblica Partenopea proclamata dai giacobini napoletani. Tale canto fu l’unica cosa francese accettata dal popolo, solo perchè durante i mesi dell’occupazione ne modificò il testo esprimendo attraverso di esso tutta la sua fedeltà al Re Borbone.

Il testo recita come segue: 

A lu suono de grancascia / viva viva lu popolo bascio; / a lu suono d”o tammurriello / sò risurte li puverielli; / a lu suono de campana / viva viva li pupulane; / a lu sono da viuline / morte alli giacubine! /  Sona sona – Sona Carmagnola / sona li consiglia – viva ‘o Rre cu la famiglia! (Al suono della Grancassa / Evviva, evviva il Popolo Basso (Popolino), /Al suono del Tamburello / Sono insorti i poverelli, / Al suono della campana / viva, viva i Popolani; / al suono del violino / morte a tutti i giacobini! (Repubblicani ‘799/ Suona, suona – Suona Carmagnola / Suona l’adunata – viva il Re e la famiglia-).

Il generale Jean Étienne Championnet, conquistatore del Regno di Napoli.
Il generale Jean Étienne Championnet, conquistatore del Regno di Napoli.

A Sant’Eremo tanta forte / l’hanno fatto comm’a ricotta, / a stu curnuto sbrevugnato / l’hanno miso ‘a mitria ‘n capa. / Maistà chi t’ha traduto? / Chistu stommaco chi ha avuto? / ‘E signure, ‘e cavaliere / te vulevano priggiuniere! / Sona sona -sona Carmagnola / sona lu cannone, / viva sempe ‘o Rre Burbone! (Sant’Elmo, che era un grande forte / l’hanno ridotto come una ricotta, / a questo cornuto e svergognato / gli hanno messo la mitria in testa (Vescovo). / Maestà, chi vi ha tradito? / Chi ha avuto questo coraggio? / I Signori (benestanti), i Cavalieri (Ufficiali) / Ti volevano imprigionare! / Suona, suona – Suona Carmagnola / Tuona il cannone, / viva sempre il Re Borbone!)

Alli tridece de giugno Sant’Antonio gluriuso / ‘e signure, ‘sti birbante, / ‘e ffacettero ‘o mazzo tanto! / So’venute li Francise / auti tasse ‘nce hanno mise. / “Libertè, ègalitè”: / tu arruobbe a mme, / ie arrobbe a tte! / Sona…… viva sempe ‘o Rre Burbone! (Il tredici giugno, Sant’Antonio glorioso, ai Signori, questi birbanti, gli fecero un culo così! / Sono arrivati i Francesi / ci hanno messo ancora altre tasse. / “Libertà, Uguaglianza”: / Tu rubi a me, / io rubo a te! / Suona…… viva sempre al Re Borbone!)

L'esercito francese del generale Championnet entra a Napoli il 23 gennaio 1799.
L’esercito francese del generale Championnet entra a Napoli il 23 gennaio 1799.

Li Francise so’ arrivate, / ‘nce hanno bbuono carusate / “et voilà, et voilà”, / cavece ‘nculo a la libertà! / Addò è gghiuta ‘onna Eleonora / che abballava ‘n copp’o triato? / mo abballa mmiez”o mercato: / ‘nzieme cu mastu Dunato! /Sona…..  viva ‘o Rre cu la famiglia! (I Francesi sono arrivati, /ci hanno ripulito completamente / “ecco qua, ecco qua”, / un calcio in culo alla Libertà! / Dove è andata donn’Eleonora / che ballava nel teatro? / ora balla per il mercato: / con mastro Donato! / Suona…… viva il Re e la famiglia!)

 A lu ponte a Maddalena / ‘onna Luisa è asciuta prena, / ‘e tra miedece che vanno / nun la ponno fà sgravà! / Addò è gghiuta ‘onna Eleonora / ch’abballava ‘ncopp’o triato? / Mo abballa cu ‘e surdate, / nun ha pututo abballà cchiù! /Sona …… viva ‘o Rre cu la famiglia! (Al ponte della Maddalena / Donna Luisa è rimasta incinta / Son venuti tre medici ma / non riescono a farla partorire! / Dove è andata donn’Eleonora / Che ballava nel teatro, / ora balla con i soldati, / e non ha più potuto ballare! / Suona…..viva il Re e la famiglia!)

Pronte sò li bastimente, / jate ‘e corza pè avvià, / priparateve esultanti / pecchè avite fà partì; / pè lu mare ‘nc’è l’inferno / li cancielle songo ardente: / traditure andate in giù, / nun putite arrubbà cchiù! / Sona………viva sempe ‘o Rre Burbone (Le navi sono già pronte, / correte tutti per farle avviare, / preparatevi esultanti / perché dovete farle partire; / Nel mare c’è l’inferno ed / i suoi cancelli sono ardenti: / traditori, andate a fondo, / non potete più rubare! / Suona…. viva sempre il Re Borbone)

Ferdinando I di Borbone (Ferdinando Antonio Pasquale Giovanni Nepomuceno Serafino Gennaro Benedetto; Napoli, 12 gennaio 1751 – Napoli, 4 gennaio 1825) fu re di Napoli dal 1759 al 1799, dal 1799 al 1806 e dal 1815 al 1816 con il nome di Ferdinando IV di Napoli, nonché re di Sicilia dal 1759 al 1816 con il nome di Ferdinando III di Sicilia. Dopo questa data, con il Congresso di Vienna e con l'unificazione delle due monarchie nel Regno delle Due Sicilie, fu sovrano di tale regno dal 1816 al 1825 con il nome di Ferdinando I delle Due Sicilie. Ferdinando è il primo sovrano nato nel Regno della casata dei Borbone di Napoli, ma terzo Borbone a regnare sulle Due Sicilie dopo il padre Carlo III di Spagna (primo Borbone a regnare sulle Due Sicilie indipendenti), nato a Madrid nel 1716, e il nonno Filippo V di Spagna, nato nel castello di Versailles nel 1683. Il suo regno, durato quasi sessantasei anni, è uno dei più lunghi della storia. È passato alla storia con i nomignoli di Re Lazzarone e di Re Nasone, affibbiatigli dai lazzari napoletani che, in giovane età, abitualmente frequentava.
Ferdinando I di Borbone (Ferdinando Antonio Pasquale Giovanni Nepomuceno Serafino Gennaro Benedetto; Napoli, 12 gennaio 1751 – Napoli, 4 gennaio 1825) fu re di Napoli dal 1759 al 1799, dal 1799 al 1806 e dal 1815 al 1816 con il nome di Ferdinando IV di Napoli, nonché re di Sicilia dal 1759 al 1816 con il nome di Ferdinando III di Sicilia. Dopo questa data, con il Congresso di Vienna e con l’unificazione delle due monarchie nel Regno delle Due Sicilie, fu sovrano di tale regno dal 1816 al 1825 con il nome di Ferdinando I delle Due Sicilie. Ferdinando è il primo sovrano nato nel Regno della casata dei Borbone di Napoli, ma terzo Borbone a regnare sulle Due Sicilie dopo il padre Carlo III di Spagna (primo Borbone a regnare sulle Due Sicilie indipendenti), nato a Madrid nel 1716, e il nonno Filippo V di Spagna, nato nel castello di Versailles nel 1683. Il suo regno, durato quasi sessantasei anni, è uno dei più lunghi della storia. È passato alla storia con i nomignoli di Re Lazzarone e di Re Nasone, affibbiatigli dai lazzari napoletani che, in giovane età, abitualmente frequentava.

A lu muolo senza guerra / se tirajene l’albero ‘nterra, / afferrajeno ‘e giacubine / ‘e ffacettero ‘na mappina! / E’ fernuta l’eguaglianza, / è fernuta la libertà. / Pè vuie so’ dulure ‘e panza: / signò jateve a cuccà! / Sona …… Viva ‘o Rre cu la famiglia! (Al molo, finita la guerra, / hanno abbattuto l’albero (della libertà) / hanno preso i Giacobini / e li hanno ridotti come stracci sporchi! / E’ finita l’uguaglianza, / è finita la libertà, / per voi son dolor di pancia: / signori, andatevene a letto! / Suona…… viva il Re e la famiglia!)

Passaje lu mese chiuvuso, / lu ventuso e l’addiruso; / a lu mese ca se mete / hanno avuto l’aglio arrete! / Viva Tata Maccarone / ca rispetta la Religgione. / Giacubine jate a mare / mò v’abbrucia lu panaro! / Sona …… Viva ‘o Rre cu la famiglia! (Passò il mese Piovoso, (gennaio) / il ventoso, l’iroso; (febbraio e marzo) / e col mese in cui si miete (giugno) / l’hanno preso la fregatura! (aglio nel culo) / Viva Tata Maccarone / Che rispetta la religione. / Giacobini, gettatevi a mare, / che già vi brucia il didietro! (avere paura) / Suona…… viva il Re e la famiglia!)

Come possiamo notare dal testo, il ritornello incita alla rivolta al suono della Carmagnola (sona, sona, sona Carmagnola) e poi rafforza l’invito dicendo “Suona l’adunata, viva il Re e la sua famiglia!”. Nella prima strofa si richiama il popolo alla guerra, ogni strumento è in funzione della rima per un popolano o per il nemico da abbattere: la grancassa per il popolino, il tamburello per i nullatenenti, la campana per il popolo (artigiani ecc…) e il violino per spiegare i motivi della lotta, cioè cacciare i giacobini.

Nella seconda strofa viene narrato l’inizio della repubblica con la resistenza dei popolani detti “i Lazzari”, asserragliati a Castel Sant’Elmo, conquistato dai francesi di Championnet che invece sostenevano la Repubblica; si narra poi della presenza tra questi francesi, del prete Antonio Toscano, per passare poi la tradimento dei nobili e dei borghesi che volevano addirittura imprigionare il Re, cosa non certo voluta dal popolo, il quale aveva subìto le conseguenze del tradimento (come le tasse) e le prepotenze dei francesi.

La terza strofa descrive la fine della Repubblica, avvenuta il 13 giugno, il giorno di Sant’Antonio, quando le truppe del Cardinale Ruffo di Calabria entrarono a Napoli conquistando il Forte Vigliena a levante del Porto. Ecco che allora i popolani ripagarono i giacobini per le angherie subite, ovvero le alte tasse imposte dai francesi e l’uso del motto “libertè, egalitè, fraternitè” per commettere ruberie e soprusi (ancora oggi è rimasto un ricordo di quei tempi nel detto “libertè, egalitè, fraternitè, spuogliete tu e vesteme a mme!“)

Ferdinando I di Borbone, discendente in linea diretta del Re Sole, nacque nel Palazzo Reale di Napoli il 12 gennaio 1751 da Carlo di Borbone, re di Napoli e di Sicilia, e da Maria Amalia di Sassonia. La sua nascita non fu considerata un grande evento, poiché era il figlio maschio terzogenito della coppia reale. Prima di lui, oltre a cinque principessine (quattro delle quali morte in tenera età), erano nati Filippo, erede al trono napoletano, e Carlo Antonio, rispettivamente nel 1747 e nel 1748. Per lui si doveva prospettare un futuro da religioso, infatti la madre lo voleva cardinale e forse anche erede del trono papale. La sua educazione fu affidata al principe di Sannicandro Domenico Cattaneo Della Volta. Partenza di Carlo di Borbone per la Spagna Ferdinando I è stato condannato dalla storiografia più diffusa in ragione dei suoi atteggiamenti poco regali, ma diversi episodi della sua vita ne dipingono il ritratto di un uomo di buon senso, che amava il popolo che governava. Tra i tanti episodi della sua giovinezza, uno può essere citato come esempio del suo carattere. Un mattino, mentre era sulla spiaggia di Chiaia, fu sfidato da un pescatore in una gara di velocità in barca, scommettendo un'alta cifra. Ferdinando era dotato di un fisico atletico e molto robusto ed accettò la sfida. Nonostante la forza dello sfidante, la vittoria andò al Re. Egli prese la somma scommessa dal pescatore sconsolato. Il giorno seguente, lo stesso Ferdinando mandò due guardie a restituire la somma allo sfidante e a dare dodici volte la somma della scommessa. Destinato a non assumere incarichi nel governo del proprio paese, ebbe quindi l'occasione di passare una giovinezza non condizionata dal rigore educativo che invece veniva applicato agli eredi al trono. Il suo destino fu tuttavia cambiato da due importanti eventi. Nel 1759 suo zio Ferdinando VI, re di Spagna, morì senza lasciare eredi. Come conseguenza, Carlo assunse la più prestigiosa corona di Spagna, portando con sé Carlo Antonio quale successore. Dato che il primogenito Filippo era stato escluso dalla successione perché demente, la partenza per la Spagna del Re e del delfino mise Ferdinando nella inopinata posizione di essere l'erede al trono di Napoli.
Partenza di Carlo di Borbone per la Spagna
Ferdinando I di Borbone, discendente in linea diretta del Re Sole, nacque nel Palazzo Reale di Napoli il 12 gennaio 1751 da Carlo di Borbone, re di Napoli e di Sicilia, e da Maria Amalia di Sassonia. La sua nascita non fu considerata un grande evento, poiché era il figlio maschio terzogenito della coppia reale. Prima di lui, oltre a cinque principessine (quattro delle quali morte in tenera età), erano nati Filippo, erede al trono napoletano, e Carlo Antonio, rispettivamente nel 1747 e nel 1748. Per lui si doveva prospettare un futuro da religioso, infatti la madre lo voleva cardinale e forse anche erede del trono papale. La sua educazione fu affidata al principe di Sannicandro Domenico Cattaneo Della Volta. Ferdinando I è stato condannato dalla storiografia più diffusa in ragione dei suoi atteggiamenti poco regali, ma diversi episodi della sua vita ne dipingono il ritratto di un uomo di buon senso, che amava il popolo che governava. Tra i tanti episodi della sua giovinezza, uno può essere citato come esempio del suo carattere. Un mattino, mentre era sulla spiaggia di Chiaia, fu sfidato da un pescatore in una gara di velocità in barca, scommettendo un’alta cifra. Ferdinando era dotato di un fisico atletico e molto robusto ed accettò la sfida. Nonostante la forza dello sfidante, la vittoria andò al Re. Egli prese la somma scommessa dal pescatore sconsolato. Il giorno seguente, lo stesso Ferdinando mandò due guardie a restituire la somma allo sfidante e a dare dodici volte la somma della scommessa. Destinato a non assumere incarichi nel governo del proprio paese, ebbe quindi l’occasione di passare una giovinezza non condizionata dal rigore educativo che invece veniva applicato agli eredi al trono. Il suo destino fu tuttavia cambiato da due importanti eventi. Nel 1759 suo zio Ferdinando VI, re di Spagna, morì senza lasciare eredi. Come conseguenza, Carlo assunse la più prestigiosa corona di Spagna, portando con sé Carlo Antonio quale successore. Dato che il primogenito Filippo era stato escluso dalla successione perché demente, la partenza per la Spagna del Re e del delfino mise Ferdinando nella inopinata posizione di essere l’erede al trono di Napoli.

Con la quarta strofa si narra le prodezze dei francesi che le avevano date di santa ragione al popolo e dicendo voilà, avevano preso a calci ogni forma di libertà. Ora non si poteva più andare a teatro (una mania tutta napoletana) e quindi Donna Eleonora fu costretta a esibirsi al mercato. Questo personaggio femminile, viene ricondotto alla figura di Eleonora Pimentel Fonseca, arrestata e giustiziata per impiccagione; infatti qui il senso del verbo “ballare” si può intendere come il corpo che penzola dalla forca, anche perché Masto Donato era il boia incaricato delle esecuzioni in quegli anni.

Si parla poi nella quinta strofa di Donna Luisa, forse Luisa Fortunato De Molina, la quale dopo l’arresto venne imprigionata e per sfuggire all’esecuzione affermò di essere incinta… tuttavia nessun medico riusciva a farla partorire.

Nella sesta strofa, ormai la guerra ai giacobini si è conclusa con la sconfitta di questi ultimi, quindi si getta a terra l’albero di maggio, albero della libertà e simbolo della rivoluzione. I popolani arrabbiati afferrano i giacobini e li appallottolano come stracci, si vendicano cioè delle vessazioni subite. Tornano poi le parole “uguaglianza” e “libertà”, i napoletani sono contenti che siano finite, per chi ha perso sono dolori, quindi i perdenti (i signori, cioè i nobili) possono andare a dormire, cioè battere in ritirata.

La strofa finale è molto ironica: riprende i mesi con i nomi del calendario rivoluzionario francese; “passò il mese piovoso, il ventoso e l’iroso” cioè gennaio, febbraio e marzo, “a lu mese ca se vene hanno avuto l’aglio arrete” nel mese entrante, cioè giugno, i giacobini hanno subìto il danno e la beffa, hanno cioè avuto quel che si meritavano: l’aglio nel didietro. “Viva il popolo dei maccheroni” cioè il popolo napoletano che rispetta la religione, negata ai giacobini, i quali sono costretti a gettarsi in mare per spegnere i bruciori dell’aglio (e della sconfitta); in sostanza, li si manda a quel paese.

Tale canzone è storia scritta di pugno dal popolo, ben diversa dalla storia scritta da scrittori asserviti ai falsi miti risorgimentali che avrebbero definito la Repubblica Partenopea come “voluta dal popolo”. Dalla lettura de “la Carmagnola”, si apprende la vera storia di quel periodo: un popolo che aveva in odio i giacobini e un tentativo riformatore e innovatore da parte dei repubblicani o giacobini napoletani, i quali si fecero prendere troppo la mano combinando il disastro quale la Repubblica Partenopea fu. Non si capì infatti che Napoli non era Parigi e che nella capitale del Regno delle Due Sicilie il popolo non sentiva il bisogno di cambiar regime, perchè aveva già trovato in quella monarchia le sue certezze.

di Chiara Foti, 31 luglio 2013
Fonte web: Comitati delle Due Sicilie