Un enigmatico monumento: il duomo romanico di Molfetta
domenica 17 dicembre 2017

Un enigmatico monumento: il duomo romanico di Molfetta

Un enigmatico monumento ricco di storia, un’armonia perfetta di elementi bizantini, romanici e musulmani. Uno schema architettonico unico, perfetto, con cupole in asse e semibotti sulle navate laterali celate da strutture con copertura piramidale. L’abside incastonata tra due svettanti torri gemelle, raccordate da una cortina muraria decorata da archi intrecciati di sapore arabo – siculo.

Il Duomo di Molfetta. Ph Maria Cappelluti
Molfetta - Il Duomo di San Corrado in una cartolina di fine '800
Molfetta – Il Duomo di San Corrado in una cartolina di fine ‘800

Molfetta, ricordata negli antichi “Itineraria” come porto vitale già dal IX – X secolo, nel circuito degli itinerari di Crociati, soldati, pellegrini e mercanti. Crocevia di popoli, in ogni epoca, località costiera che da sempre ha avuto un ruolo determinante nella civiltà mediterranea, dall’antichità all’epoca classica, fino al Medioevo. Epicentro dei flussi, delle energie vitali provenienti da ogni porto del Mediterraneo, fulcro del fenomeno romanico che vide la nascita in Terra di Bari, di maestosi edifici religiosi.

Il Duomo fu costruito all’estremità della città, sul mare, fra il 1150 e la fine del Duecento. Costituisce un singolare esempio dell’architettura romanico-pugliese. Essa è infatti la maggiore delle chiese romaniche con la navata centrale coperta a cupole in asse (tre, nel caso specifico), impostate su tamburo a pianta esagonale.

interno_duomo_di_molfetta
Interno del Duomo di Molfetta

Erano le stesse comunità delle località costiere che decidevano di far sorgere le Cattedrali sull’orlo della scogliera, costituendo un punto di riferimento per chi giungeva in città dal mare. Motivi decorativi riportano, alle chiese di Borgogna, agli edifici crociati eretti in Terrasanta, al mondo lombardo e alla tradizione romanica locale.

Il Duomo di Molfetta, è diverso dai canoni romanici delle cattedrali pugliesi. Se si osservano le cupole si pensa a S. Sofia di Costantinopoli e si ha ragione di credere che artisti greci murarono questo tempio che è unico nel suo genere in questa regione.

Molfetta1
Quella del Duomo vecchio è stata fino ad un certo punto una presenza esclusa dalla percezione urbana, aperta e libera solo nella visione a distanza. La triplice scansione delle cupole e la svettante coppia di campanili dominavano il mare, apparizione neanche immaginabile dagli alvei della compatta testuggine urbana. Racchiuso nello stesso guscio, spesso e aderente fino a sacrificarne la facciata, vi si poteva accedere solo lateralmente da una piccola corte. Alla fine dell’ottocento, la costruzione della banchina Seminario e del molo S. Michele, l’apertura della porta di ponente, trasformando la condizione del monumento, rendono inutile e contraddittoria la chiusura della facciata e pongono per la prima volta il problema della sua delimitazione urbana. Passeranno altri cinquant’anni perché venga demolito lo scudo murario, scoperti gli avancorpi sulla facciata, aperto l’attuale ingresso (Fonte: Salvatore Polito Architetto)
All’interno, pilastri cruciformi con colonne addossate, suddividono lo spazio del tempio (a pianta basilicale asimmetrica) in tre navate, delle quali quella centrale, è ricoperta dalle tre cupole allineate e di altezza disuguale. All’esterno le cupole sono rivestite da tamburi esagonali e mostrano una peculiare copertura piramidale, formata da lamelle di pietra locale, dette chiancarelle, della stessa tipologia di quelle che ricoprono i trulli. Prima a essere costruita fu la cupola di levante, romanica, emisferica e più bassa delle altre due; quella centrale, ellissoidale, è alta 24 m e mostra caratteristiche bizantine, come quella di ponente, anch’essa emisferica.
 
La facciata principale, rivolta ad occidente, è spoglia: questo si spiega col fatto che essa dall’epoca della costruzione e fino al 1882 era a picco sul mare, così come tutto il prospetto occidentale della città vecchia (come testimoniano rare fotografie antecedenti alla costruzione della Banchina Seminario). La facciata di mezzogiorno si trova nel cortile del vecchio episcopio e mostra l’immagine di papa Innocenzo VIII, stemmi di alti prelati, tre finestre tardo rinascimentali.
L'ARCHETIPO DEL NOSTRO DUOMO La chiesa di Ognissanti di Cuti, oggi in agro di Valenzano La Chiesa di Valenzano è quanto rimane di un importante monastero benedettino della stessa intitolazione, fondato da Eustazio, presbitero o monaco barese – in un anno di poco anteriore al 1080-1083 – e da lui costruito a sue spese, insieme ad un gruppo di monaci, con l’intenzione di offrire un luogo di preghiera di segno latino agli abitanti delle campagne circostanti Bari, già capitale del catepanato bizantino ma sede vescovile obbediente a Roma, da una decina d’anni occupata dai Normanni. La chiesa, poco nota a Bari ma ben conosciuta agli storici dell’architettura soprattutto stranieri, appartiene ad una famiglia di edifici sacri, le “chiese a tre navate coperte da cupole in asse e semi botti laterali”, nella quale rientrano anche le chiese di Santa Maria di Càlena e di San Benedetto di Conversano, tutte dell’XI secolo, tutte legate a importanti monasteri benedettini. Una interessante e problematica variante dello stesso tipo architettonico è considerato il San Benedetto di Brindisi, mentre le più tarde chiese della Trinità a Trani, di San Leonardo presso Siponto e di San Corrado a Molfetta (unica cattedrale del gruppo) ne rappresentano gli sviluppi successivi.
L’ARCHETIPO DEL DUOMO DI MOLFETTA
La chiesa di Ognissanti di Cuti, oggi in agro di Valenzano
La Chiesa di Valenzano è quanto rimane di un importante monastero benedettino della stessa intitolazione, fondato da Eustazio, presbitero o monaco barese – in un anno di poco anteriore al 1080-1083 – e da lui costruito a sue spese, insieme ad un gruppo di monaci, con l’intenzione di offrire un luogo di preghiera di segno latino agli abitanti delle campagne circostanti Bari, già capitale del catepanato bizantino ma sede vescovile obbediente a Roma, da una decina d’anni occupata dai Normanni.
La chiesa, poco nota a Bari ma ben conosciuta agli storici dell’architettura soprattutto stranieri, appartiene ad una famiglia di edifici sacri, le “chiese a tre navate coperte da cupole in asse e semi botti laterali”, nella quale rientrano anche le chiese di Santa Maria di Càlena e di San Benedetto di Conversano, tutte dell’XI secolo, tutte legate a importanti monasteri benedettini. Una interessante e problematica variante dello stesso tipo architettonico è considerato il San Benedetto di Brindisi, mentre le più tarde chiese della Trinità a Trani, di San Leonardo presso Siponto e di San Corrado a Molfetta (unica cattedrale del gruppo) ne rappresentano gli sviluppi successivi.

La zona absidale è racchiusa tra due maestose torri campanarie ed è ornata da un motivo di archi ciechi legati a due da archetti sulla parte cuspidale, presenta tre porte murate poste a livello del piano stradale; quella centrale, sormontata da un archetto gemino e abbellita a destra da un mascherone, è collocata sotto una grande finestra fiancheggiata da leoni stilofori.

Le torri sono dette campanaria quella di mezzogiorno (perché sede fisica del campanile) e vedetta quella prossima al mare (pertinente all’Universitas,veniva utilizzata per l’avvistamento di eventuali incursioni saracene). Gemelle, di base quadrata, a tre ripiani, le torri sono alte 39 metri e aperte sui quattro lati da finestre bifore e monofore.

Il corredo artistico interno è piuttosto scarno ma non privo di interessanti elementi: un fonte battesimale del 1518, un prezioso paliotto con bassorilievo del XIV secolo, un pluteo tardo romanico in pietra del XII secolo che rappresenta una cerimonia pontificale e un altorilievo rappresentante il Redentore del XIII secolo.

Di particolare rilievo è l’acquasantiera raffigurante un uomo, probabilmente un saraceno, che regge un bacile in cui nuota un pesce, simbolo ricorrente nell’iconografia religiosa. In origine il duomo fu dedicato a Maria SS. Assunta e fu l’unica parrocchia esistente a Molfetta fino al 1671. Nel 1785 la sede della Cattedrale fu trasferita all’attuale Cattedrale di Maria SS. Assunta in Cielo e da allora il Duomo Vecchio prese il nome del patrono San Corrado le cui reliquie furono allocate probabilmente nel cubiculum alla fine del XII o nella prima metà del XIII sec. Questo splendido edificio sacro è stato dichiarato Monumento Nazionale nel 1932.

acquasantiera
L’acquasantiera
del Duomo di Molfetta

“Questo enorme macigno granitico” (P. Belli), tutto serrato in un affascinante gioco di volumi che si intersecano e si rispondono, così diverso dai canoni romanici delle cattedrali pugliesi cela però un’altra sorpresa. Si ha ragione di credere che gli architetti che edificarono questo tempio unico nel suo genere in questa regione, lo orientarono secondo precise regole astronomiche. Il risultato ed i calcoli di un architetto – astronomo, producono anche qui, come in altri luoghi celebri nel mondo (Cattedrale di Chartres, Chiesa di San Leonardo a Siponto), l’ansia di un enigma.

Secondo Don Vito Bufi“sul fenomeno del raggio di sole che nel Duomo di Molfetta, illumina al mattino la scultura del diavoletto e alla sera quella dell’angelo, ci sono versioni discordi. In realtà, questa contingenza si verifica all’equinozio di primavera (21 marzo) e non al solstizio d’estate (21 giugno).” 

La favola del cielo è anche nel Duomo di Molfetta, quel raggio di sole porta a considerare con quanta sapienza l’ignoto architetto del tempio di Molfetta abbia saputo avvalersi del ritrovato bizantino per inondare di luce il suo edificio.